L’avvento del digitale ha cambiato in maniera clamorosa il modo in cui ci informiamo e formiamo le nostre opinioni. E giova ricordare che, se è vero che la liberal-democrazia presuppone cittadini concepiti come persone libere e uguali, è anche vero che, per farla funzionare, questi cittadini devono avere accesso a un’informazione seria e affidabile. In caso contrario, la loro auspicata partecipazione alla vita pubblica e ai suoi momenti istituzionali, a cominciare dalle elezioni, perderebbe di significato in maniera notevole.
La civiltà liberale ci ha insegnato a proteggere quello che gli americani chiamano, con espressione discutibile ma efficace, il mercato delle idee. Sarebbe a dire il libero scambio di opinione che a loro volta si sono – con tutti i limiti del caso – liberamente formate. Questa arena pubblica prevedeva un certo rispetto per la verità, almeno in linea di principio, e quindi la marginalizzazione delle falsità più evidenti. Il che a sua volta presuppone il valore della competenza, la trasparenza delle fonti da cui provengono, la riduzione al minimo degli attacchi ad personam. Secondo i critici, ciò sta gradualmente diventando difficile da garantire in una società in cui l’opinione pubblica è influenzata dai media digitali. In questo mondo, si dice, sempre meno l’informazione appare in rapporto con la verità e la conoscenza. Da notare che tale collegamento dell’informazione con la verità e la conoscenza non è gratuito. Richiede sforzi e soprattutto regole e istituzioni. Tuttavia, proprio regole e istituzioni non possono essere identiche a quelle che regolavano il formarsi dell’opinione pubblica prima dell’avvento dei media digitali. Questo per diversi motivi, primo dei quali il fatto che l’intero sistema dei media digitali non è pensato per tenere conto dell’accuratezza, quanto per tenere desta l’attenzione. Gli algoritmi, che regolano il flusso dell’informazione, non sono infatti sensibili al significato, se non nella misura in cui conta per la pubblicità. I costi sono infatti pagati dalla pubblicità, e il sistema pubblicitario ha di solito interesse al contatto continuo tra l’utente e il medium più che al contenuto di verità e conoscenza dell’informazione messa in circolazione. Anche se, a questo proposito, si dovrebbe ricordare che la televisione – perlomeno dagli anni 1980 in poi – si è comportata allo stesso modo, cioè non ha badato molto a verità e conoscenza e ha contato molto sugli introiti pubblicitari.
Inoltre, spesso e volentieri la disinformazione nell’universo dei media digitali è volontaria, e c’è chi distingue tra misinformation (casuale) e disinformation (voluta). Parte della disinformazione, in altre parole, è frutto di intenzione e non di errore. Dalla famigerata agenzia russa Internet Research Agency, con sede a San Pietroburgo, a Breitbart News di Steve Bannon (uno dei principali comunicatori di Trump), i creatori sistematici di fake news (come nelle recenti elezioni argentine) perseguono uno scopo primario che consiste nel demolire l’autorità epistemica del sistema dell’informazione. In questo modo, il risultato non è tanto quello di promuovere un’idea o un personaggio quanto quello di demolire la potenziale fiducia del pubblico in ciò che è vero. Si tratta dell’epistemologia del “troll”, che per sua natura è distruttiva. Ne segue, come risultato dell’uso pervasivo di simili metodi, una sorta di impotenza epistemologica, l’incapacità di credere in qualcosa o nel suo contrario. Al posto dell’attendibilità dell’informazione, in questi casi spesso si afferma l’autorità del leader, cosa che rivela la natura profondamente autoritaria della disinformazione sistematica. In luogo della verità dei fatti, si celebra in questo modo la supremazia dell’appartenenza: «io credo ai miei, tu ai tuoi». Senza possibilità di mediazione in nome della realtà. Il risultato di tutto ciò è un’estrema polarizzazione nel formarsi dell’opinione pubblica. Che ciò sia legato in qualche modo ai media digitali viene dato per scontato, anche se per la verità non è facile capire quanto la polarizzazione dell’opinione pubblica segua l’avvento dei media digitali e quanto invece non ne sia il presupposto.
Bene, è proprio dal punto di vista della serietà e dell’affidabilità del modo in cui siamo informati che la questione appare urgente e spinosa. Da quanto prima facie si intuisce, infatti, spesso e volentieri i cittadini degli stati liberaldemocratici non sono d’accordo neppure su quei fatti bruti, che pure dovrebbero costituire il punto di partenza comune da cui poi si dipartono le differenti interpretazioni ideologicamente mediate. La liberaldemocrazia presuppone innanzitutto autonomia dei cittadini attivi, ma se questi non sono adeguatamente informati, come si fa a ritenerli autonomi e capaci di decisioni politiche? In un mondo orwelliano, per esempio, l’autonomia morale e politica non sussiste perché l’informazione è sistematicamente (e volontariamente) distorta. Ma, mettendo da parte un quadro distopico tanto cupo, non dovremmo comunque ripensare il rapporto tra liberaldemocrazia e informazione nel tempo del digitale? È questa la domanda centrale da cui parte questo saggio. Naturalmente, nel cercare di rispondere, faremo molte e impegnative assunzioni. La prima delle quali consiste nel mettere momentaneamente da parte i fattori sostanziali che determinano l’ingiustizia degli equilibri sociali, economici e politici all’interno dei sistemi liberaldemocratici. La seconda assunzione, invece, restringe il modello di liberal-democrazia a una silhouette di quella che, in political theory, si chiama di solito “democrazia deliberativa”, sulla scia di lavori fondamentali di Habermas e Rawls. Assunzioni del genere sono ovviamente arbitrarie, ma sono utili per limitare il campo d’azione della nostra indagine.
A partire da queste premesse, noi vorremmo capire in un’ottica comparativa quali siano le caratteristiche principali di due tipologie di informazione e comunicazione: quella dei media tradizionali, a cominciare da giornali e televisione, e quella dei media online. In secondo luogo, si devono comparare le due tipologie in questione da un punto di vista teorico-politico normativo. Ci si deve chiedere, in altre parole, quale sia migliore dal punto di vista del cittadino in regime di democrazia deliberativa. Questi due passi presuppongono un excursus sul modello democratico-deliberativo, in cui si renda esplicito come questo modello di solito tratta il rapporto tra informazione e decisione politica.
Il presente articolo è tratto dall’ultima edizione di LINC uscita a giugno 2025. L'illustrazione di copertina è stata realizzata da Gio Pastori.

Filosofo politico, Sebastiano Maffettone è Professore alla Luiss Guido Carli. È stato Visiting professor in alcune delle più prestigiose università del mondo (Harvard, Columbia, LSE, Delhi, Pechino, Sciences Po, ecc.) ed è autore di oltre trenta libri e di un gran numero di articoli scientifici.
