Il mestiere dell’illustratore: un dialogo con Emiliano Ponzi

In occasione della settimana del Salone del Mobile di Milano, LINC ha intervistato Emiliano Ponzi, illustratore, autore e visual artist che ha realizzato la campagna pubblicitaria dell’edizione 2022 della manifestazione. Gli abbiamo chiesto come si sia evoluta la professione dell’illustratore, come si progetta una commissione e quali sono i fattori essenziali per intraprendere una carriera nelle arti visive. Storico collaboratore del magazine, ci ha regalato la sua prospettiva sui cambiamenti in atto nel mondo del lavoro.

Qual è stato il tuo percorso di formazione? Come sei diventato illustratore?

«La scelta è stata fortuita, uso questo termine. Terminate le scuole superiori, il percorso che stavo per intraprendere era un altro, ma non si è realizzato. Mi sono quindi iscritto all’Istituto Europeo di Design – IED a Milano nel 1997, mi sono specializzato in illustrazione e mi sono diplomato nel 2000. Ho cominciato a costruire il mio portfolio, facendo la cosiddetta gavetta, tentando numerose volte e prendendo anche delle porte in faccia. Sono arrivate poi delle commissioni da clienti più grandi e ho potuto quindi sperimentare su progetti più interessanti. Ma è solo lavorando che si impara a lavorare: la formazione scolastica rappresenta una componente essenziale del percorso, ma le competenze e la maturità da professionisti si acquisiscono sul luogo di lavoro. Esiste una sorta di curva d’apprendimento di tutto ciò che esula dal realizzare, nel mio caso, una buona illustrazione: bisogna imparare a relazionarsi con i clienti, sapersi promuovere ed essere in grado di svolgere tutta una serie di attività che definirei paralavorative. Quest’ultime contribuiscono a rendere il tuo lavoro e la tua professione più o meno riconoscibili, più o meno richiesti. Il percorso di formazione è anche e soprattutto questo».

Com’è cambiato il mondo dell’illustrazione dai primi anni duemila – quando hai iniziato tu – ad oggi? Che influenza hanno avuto i social, le nuove piattaforme di condivisione e le tecnologie emergenti, come gli NFTs? Hai lanciato infatti i tuoi primi NFTs a febbraio 2022, in collaborazione con Giuliano Sangiorgi.

«È una parabola curiosa. Ho iniziato facendo illustrazioni digitali, che all’epoca rappresentavano una novità assoluta: i clienti fino agli anni ’90 erano abituati a commissionare illustrazioni fatte a mano. Vedere che delle illustrazioni realizzate al computer sembravano disegnate manualmente generava stupore. Fin da subito, però, si è sviluppata una dinamica particolare: il computer veniva utilizzato per simulare delle tecniche analogiche, dalla pennellata alla texture degli acquerelli. Questo oggi con gli NFTs non si verifica: la tecnica digitale ha assunto un’identità propria, non affiancandosi a quelle che l’hanno preceduta. Il linguaggio e la logica che caratterizzano gli NFTs rappresentano un universo alternativo: il processo di tokenizzazione ha infatti realizzato ciò che prima non esisteva, ovvero il pezzo unico. Per evadere dall’aspetto commerciale, l’illustrazione analogica si declina in stampe in edizione limitata o serigrafie, ma il pezzo unico non si concretizza. Gli NFTs invece lo permettono». 

Hai realizzato la campagna pubblicitaria in occasione del 60esimo Salone del Mobile di Milano: ce la puoi raccontare? Come si progettano contenuti di questo genere, lavorando con un’istituzione così conosciuta e ammirata?

«La campagna pubblicitaria nasce con un duplice obiettivo: celebrare questo anniversario e questa edizione in particolare, la prima in versione pre-pandemia. L’istituzione ha voluto lanciare un segnale forte, memorabile ed inclusivo: abbiamo realizzato sei manifesti, uno per ogni decade, raccontandone le storie, dal primo Salone nel 1960 all’ultimo nel 2022. Il racconto che abbiamo sviluppato ha come protagonisti la città di Milano e le sei decadi appunto, facilmente riconoscibili attraverso l’inserimento di elementi specifici. Le atmosfere variano da decade a decade e i colori utilizzati esprimono queste variazioni: gli anni ’60 e ’70 sono infatti in bianco e nero, i successivi periodi si tingono di rosso, il colore tipico del Salone. Ho scelto di adoperare solo il rosso per non contaminare il brand con tinte differenti. Attraverso la realtà aumentata – inquadrando i codici contenuti nelle immagini con un’applicazione dedicata o attraverso il sito del Salone del Mobile – si possono vedere i manifesti prendere vita e animarsi: una scelta fatta per aumentare l’engagement, rendendo l’esperienza ancora più memorabile. 

Quando si lavora con clienti del genere, è fondamentale coniugare le loro esigenze di comunicazioni con le proprie: bisogna ricercare un equilibrio, evitando di snaturarsi per incontrare le richieste del committente. Così facendo, si rischia di perdere il proprio valore aggiunto, per cui il cliente mi ha invece contattato. Nel caso del Salone del Mobile, l’intero processo è stato interessante, perché ho avuto l’occasione di trovare una controparte aperta al dialogo. Penso infatti che nelle arti visive prodotti esteticamente poco efficaci siano il risultato di problemi comunicativi».

Cosa consiglieresti ad un giovane che vuole intraprendere una carriera simile?

«In generale, consiglio di essere molto onesti intellettualmente: imparare diverse tecniche, ma non affidare la propria carriera – che poi coincide con la propria vita – a prodotti che sono altro rispetto alla propria identità. Io personalmente non realizzerei solo illustrazioni per Instagram o solo NFTs: non mi rappresenterebbero, non sarei intellettualmente onesto. L’aspetto più importante per un professionista è poi la prospettiva: immaginarsi sempre in una condizione di medio-lungo termine aiuta ad avere una direzione tracciata, un percorso dai quali farsi ispirare». 

Da tempo collabori con LINC: come è cambiata la rappresentazione del lavoro?

«Il rapporto fra il luogo di lavoro e le persone è cambiato, le maglie si sono allentate, anche a livello gerarchico. Anche a causa della pandemia, abbiamo capito che non è sempre necessario vedersi per poter lavorare assieme e che un ambiente prescrittivo, come l’ufficio, non sempre è indice di un lavoro migliore. Ottimizzare oggi è diventato fondamentale: l’azienda e i datori di lavoro devono però fidarsi dei collaboratori che hanno scelto di assumere, diminuendo il controllo. Ciononostante, alcuni momenti – penso alle fasi più creative – richiedono la presenza fisica delle persone, per permettere alle idee di tradursi in pratica. Le due componenti possono essere conciliate». 

 

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