Libro Bianco ManpowerGroup

 

«Questa bussola non punta al nord, ma in direzione della cosa che più vuoi a questo mondo».

– Pirata dei Caraibi

 

Il mio lavoro esisterà ancora tra cinque anni? Non giriamoci attorno. È la domanda cruciale, quella che si legge sottesa in ogni dibattito pubblico o privato a proposito di lavoro. È un’ossessione diventata urgenza perché interroga noi stessi, i nostri figli, il nostro futuro. Ci proietta nel domani che per definizione è fragile, incerto, imprevedibile. Il mio lavoro esisterà ancora tra cinque anni? Lo ha scritto nella primavera 2026 Annie Lowrey titolandoci addirittura, nella sua versione originale, il suo saggio pubblicato The Atlantic: «How to Guess If Your Job Will Exist in Five Years».

In fondo il mondo è sempre più diviso, eppure appare piccolo come un’arancia quando si è alle prese con incertezze che diventano paure condivise, comuni a tutte le latitudini. Quella di Lowrey è un’analisi lucida che invita a leggere il lavoro non per mansioni, ma per grado di automatizzabilità. La partita per molti – e semplificando assai – è sempre lì, in quella dicotomia tra macchine e persone. Geniale la copertina e l’altra domanda che pone: «am I coal or am I a horse? L’immagine stilizzata con la carrozza a cavalli richiama il momento in cui più di un secolo e mezzo fa l’automobile rese obsoleto un intero sistema economico, e non è solo riferita al mero mezzo di trasporto.

Oggi l’AI ci pone lo stesso interrogativo e per alcuni ci presenta – apparentemente – un conto salatissimo da pagare. Sta però a noi scegliere da che parte stare nella storia: essere parte di quel nuovo motore o ciò che da esso viene superato. Non è una metafora nostalgica, ma un avvertimento sul destino del lavoro, delle comunità, delle relazioni sociali. La differenza la fa la capacità di evolvere, non il ruolo in sé.

Dopo l’ascesa di Claude e ChatGPT praticamente ogni lavoratore della conoscenza si è posto questa domanda. L’AI sa programmare come un ingegnere, scrivere un business plan come un consulente, arredare come un interior designer e rispondere a domande mediche meglio di un medico. Può inventare una canzone country sorprendentemente orecchiabile e sorprendentemente sboccata e cantarla con una voce intrisa di whiskey del Tennessee. Da qui nasce una conseguenza quasi inevitabile: in futuro l’America potrebbe non aver bisogno di così tanti ingegneri, consulenti, interior designer, medici e cantanti country. Le ricerche online dell’espressione job apocalypse sono in forte aumento. E i sondaggi mostrano che gli elettori stanno iniziando ad agitarsi.

A scriverlo è sempre Lowrey. Non è la fine del lavoro. Semmai è la fine della sua versione prevedibile. (Tenete a mente questa parola perché ritorneremo presto a declinarla a proposito della sua accezione negativa.)

Nell’economia dell’AI sopravvive ciò che non si lascia codificare: empatia, giudizio, creatività. Perché il futuro non elimina i ruoli ma seleziona le persone che sanno trasformarli. Lowrey osserva ancora come le attività più strutturate e prevedibili siano le prime a essere replicate dalle macchine, mentre quelle che richiedono interpretazione e relazione restano terreno umano. Non è una previsione ma è già una traiettoria che diventa indicazione metodologica. E riguarda tutti noi, nessuno escluso. Di futuro si è occupato qualche tempo fa il collettivo inglese di artisti, disegnatori e fumettisti conosciuto come Most Collective, con un lavoro rilanciato dal Guardian. In rete e sui social da qualche tempo un loro cartoon è diventato virale. Si intitola The last Job e racconta la storia di Alice, ultima lavoratrice sulla Terra in un mondo totalmente digitalizzato. Alice a casa, Alice al lavoro, Alice per strada, Alice impegnata a fare la spesa o in viaggio. Alice come ultimo avamposto umano per relazioni virtuali che passano di fatto solo ed esclusivamente da prompt, algoritmi, tecnologie evolute e predittive. Nel passaggio su un veicolo che somiglia più a una navicella spaziale che a una macchina in senso stretto, Alice si misura con tutte le contraddizioni di quel tempo illustrato: umani senza un lavoro soppiantati da umanoidi impegnati in tutto – una visione apocalittica ma, secondo alcuni analisti, lontana anni luce da ciò che è il presente e in qualche modo da ciò che sarà il futuro del lavoro. Connesso e virtuale, certamente, ma anche reale. Molto reale.

È infatti vero che oggi l’avanzata dell’AI si legge con tutta la portata legata alla trasformazione digitale; non è più elemento accessorio ma parte integrante della vita di un’azienda, di una città, di una comunità – l’AI che fa la differenza nei sistemi, nei processi, nelle persone, nella quotidianità. Ma la competenza umana resta la cifra distintiva della creazione di valore. La sfida semmai è ancora più complessa rispetto a una proiezione manichea tra buoni e cattivi, tra umani e robot: decodificare la complessità. Anche perché non c’è nulla di più complicato che rendere semplici le cose.

Il mio lavoro esisterà ancora tra cinque anni? Torna qui l’interrogativo iniziale. Ed ecco che forse la ricetta delle organizzazioni del futuro e del lavoro tra cinque anni – o anche dopo, in modo prospettico – sta nel non fermarsi mai, nell’essere orgogliosamente legati alla tradizione e alla comunità, ma allo stesso tempo capaci di evolvere il proprio business e il proprio posizionamento per interpretare al meglio i nuovi bisogni che si palesano con forza. Ecco, è proprio questa la formula che proveremo a declinare nella nostra mappa. Attenzione, non si tratta di una mappa geografica o, meglio, non solo. Perché ci sono certamente le parole chiave come bussole che ci orientano. Ma in fondo, come ogni mappa che si rispetti, comprende anche punti sulla cartina e luoghi reali che si mostrano a un passo dal domani.

Un buon punto di partenza del percorso che tracceremo è una terra di contrasti estremi, un coacervo di contraddizioni e polarizzazioni che esprimono bene il tempo attuale: da un lato siamo di fronte a una delle più grandi macchine digitali del pianeta, dall’altro a una pluralità di disuguaglianze ancora profonde e radicate. Secondo i dati GSMA (informazioni, statistiche e analisi prodotte dall’associazione globale che rappresenta gli operatori di telefonia e l’intero ecosistema mobile), in questa terra di oltre trecentomila chilometri quadrati si contano oltre 1,1 miliardi di connessioni mobili, con una penetrazione degli smartphone in costante crescita e un’accelerazione trainata da costi delle connessioni che sono tra i più economici al mondo. Sempre qui, il sistema UPI ha rivoluzionato i pagamenti digitali superando i dieci miliardi di transazioni mensili già tre anni fa, secondo la National Payments Corporation. Mentre sul fronte dei talenti, sempre questa terra forma ogni anno centinaia di migliaia di ingegneri, posizionandosi come uno dei bacini più ampi al mondo per competenze STEM, con poli d’eccellenza come gli Indian Institutes of Technology. Eppure, come evidenziano analisi della Banca Mondiale, una parte significativa della popolazione che ci vive dispone ancora di redditi bassi e accesso diseguale a istruzione e servizi. Insomma: una terra iper-digitalizzata e profondamente analogica, capace di scalare tecnologie globali e al tempo stesso attraversata da fratture sociali. Una tensione continua che genera innovazione ma anche la necessità sempre più urgente di trasformarla in inclusione reale. Lo avete capito, stiamo parlando dell’India.

 

Se orientarsi nel futuro del lavoro significa imparare a leggere il cambiamento mentre accade, questo contributo rappresenta solo una delle coordinate della mappa. Per approfondire tutte le prospettive raccolte nel volume, compila il form e scarica il Libro Bianco A un passo dal domani.

 

Completa il form per scaricare il Libro Bianco "A un passo dal domani"

Articoli Correlati