Libro Bianco ManpowerGroup
Nel 1987 Robert Solow, premio Nobel per l’economia, annotava con una punta di sarcasmo una stranezza difficile da spiegare: i computer erano ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttività. Quell’osservazione, passata alla storia come il «paradosso di Solow», fotografava un divario imbarazzante tra gli investimenti massicci in tecnologia informatica e una crescita della produttività che stentava a decollare. Quarant’anni dopo ci ritroviamo in una situazione simile. Se sostituiamo la parola computer con AI, il quadro si ripete in termini molto simili. I numeri offrono indicazioni interessanti. Secondo uno studio del National Bureau of Economic Research pubblicato a inizio 2026, tra seimila dirigenti d’azienda intervistati negli Stati Uniti la stragrande maggioranza dichiara che l’adozione dell’AI non ha ancora prodotto effetti misurabili sulla produttività né sull’occupazione. La Federal Reserve di St. Louis stima un aumento cumulativo della produttività dell’1,9 per cento dall’arrivo di ChatGPT, ma uno studio del MIT condotto dal premio Nobel Daron Acemoglu ridimensiona le aspettative a un più sobrio 0,5 per cento nel prossimo decennio. Come ha detto lo stesso Acemoglu, non bisogna disprezzare quel mezzo punto percentuale, ma è difficile non notare quanto sia lontano dalle promesse roboanti dell’industria tecnologica.
Alla ricerca della produttività perduta
A livello individuale la potenza degli strumenti AI è indiscutibile. Chi ha imparato a integrare chatbot nel proprio lavoro quotidiano risparmia ore ogni settimana: traduce testi in tutte le lingue in tempi estremamente contenuti, scrive codice più in fretta, analizza documenti in una frazione del tempo necessario fino a pochi mesi fa. Il problema è altrove: sta nel passaggio dall’uso individuale dell’AI al suo utilizzo in chiave organizzativa.
La storia ci insegna che il paradosso di Solow originale si risolse negli anni Novanta, quando le organizzazioni impararono a ripensare i propri processi intorno alla tecnologia invece di limitarsi a sovrapporre il computer ai modi di lavorare preesistenti. È stato negli anni Novanta che una nuova generazione di applicativi, i sistemi di gestione integrata, hanno consentito una vera e propria rivoluzione organizzativa che ha permesso a multinazionali appesantite da burocrazie lente e macchinose di trasformarsi in organizzazioni modellate sui processi. Corporation strutturate attorno a veri e propri silos di conoscenze proprietarie hanno lasciato spazio a strutture più agili e trasparenti costruite attorno ai principi del business process reengineering. Il passaggio non è stato né facile né indolore. Ha consentito, tuttavia, l’emergere di nuovi modelli organizzativi e ha determinato un incremento sostanziale della crescita e della produttività. Resta da capire come l’AI possa innescare un passaggio analogo immaginando nuove parole d’ordine e principi di management al passo con le opportunità offerte dalla tecnologia. Un inizio è guardare a chi sta già provando a tradurre questo potenziale in crescita economica.
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