Libro Bianco ManpowerGroup
Premessa. Questo articolo non è stato scritto da un’AI ma con una musica in sottofondo. È un vecchio trucco, mi aiuta a trovare le parole. Da sempre scelgo un brano o un’atmosfera adatti al tema e al ritmo che intendo tenere e inizio a scrivere. Per parlare del futuro del lavoro nel quarto anno dell’era dell’AI (che si fa iniziare col lancio di ChatGPT) cercavo qualcosa che esprimesse il dispiacere per come sono andate le cose fin qui, qualcosa che mi aiutasse a dire «scusa». Sono partito da Sorry seems to be the hardest word di Elton John ma sarebbe stata fuorviante per ragioni che è inutile spiegare; ho anche scartato Don’t look back in anger degli Oasis perché in realtà un po’ arrabbiati dovremmo esserlo, anche con noi stessi; e alla fine ho scelto un Miserere ma non quello pop di Zucchero e Pavarotti, bensì il super classico di Gregorio Allegri, mitico sacerdote del Seicento, autore di un’opera leggendaria, il Miserere mei, Deus che veniva eseguito soltanto una volta l’anno, nella Settimana Santa, nella Cappella Sistina, dove padre Allegri prestava servizio.
Equipaggiarsi per il futuro
Ecco, lo spirito di quello che state per leggere è questo: un Miserere un po’ barocco. Poi non dite che non siete stati avvertiti. Ma di che cosa dovremmo chiedere scusa parlando di lavoro e competenze? E a chi? Lo dico subito, senza girarci intorno. Agli sviluppatori. Agli sviluppatori di software. I coders. Perché? Ma come perché? Perché abbiamo detto loro che stavano facendo il lavoro del futuro, l’unico che non sarebbe finito mai, quello che li avrebbe fatti diventare addirittura ricchi. Il lavoro perfetto. E invece no. L’AI generativa già adesso sviluppa codice molto prima e – spesso – molto meglio di gran parte di loro. Li ha resi obsoleti all’improvviso. Quando è arrivata la notizia è stato come passare dal colore al bianco e nero su una tv a 8k: un salto logico che assomiglia a un guasto. Questa cosa proprio non l’abbiamo vista arrivare. Ma come si fa a dire semplicemente amen? E quindi chiediamo scusa per i gemelli Hadi e Ali Partovi che nel 2013 lanciarono Code.org per dire al mondo che solo il coding ci avrebbe salvato dagli effetti collaterali del progresso tecnologico. Scusa anche per Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jack Dorsey e per quel genio di will.i.am che accettarono di comparire nel video di lancio dell’iniziativa. Scusa per Ashton Kutcher e Shakira che sostennero la campagna globale per introdurre un’ora di coding in tutte le scuole. Ma scusa soprattutto per il Presidente degli Stati Uniti dell’epoca, Barack Obama, che questa battaglia se l’era intestata come solo lui sapeva fare, ovvero scegliendo con cura le parole migliori per farci innamorare dell’idea. Come queste, del gennaio 2016, al lancio del programma Computer Science for All, informatica per tutti: «Dobbiamo assicurarci che tutti i nostri ragazzi siano equipaggiati per i lavori del futuro, il che significa non solo saper usare i computer ma sviluppare le capacità analitiche e di coding per alimentare la nostra economia dell’innovazione». E chiediamo scusa infine anche per Joe Biden il quale in uno strampalato comizio a Derry, nel New Hampshire, nel corso della campagna elettorale che lo avrebbe portato alla Casa Bianca, incontrando una delegazione di minatori di carbone disoccupati, non trovò nulla di meglio per rincuorarli che dire: «Chiunque possa scendere tremila metri in una miniera può sicuramente imparare a programmare… Chiunque possa gettare carbone in una fornace può imparare a programmare, per amor di Dio!». Per amor di Dio: miserere.
Sembrano passati secoli, è soltanto l’altro ieri. Eravamo tutti stregati dalla frase del venture capitalist più famoso della Silicon Valley, Marc Andreessen. Nel 2011 in un post aveva scritto: «Il software si sta mangiando il mondo». Era tecnicamente vero ed era logico pensare che chi avesse saputo scrivere software se la sarebbe cavata alla grande nella rivoluzione in corso. Va aggiunto che in quell’anno poi l’AI languiva su un binario morto da un bel pezzo: non si riuscivano a fare sostanziali passi avanti. La prova che le reti neurali immaginate da Geoffrey Hinton funzionavano sarebbe arrivata, inaspettata dai più, soltanto l’anno seguente, nel corso di un convegno internazionale a Firenze nel quale si gareggiava per la migliore AI in grado di riconoscere immagini. Il team di Hinton stravinse: era il segno che con le reti neurali sarebbe cambiato tutto, ma non è che il giorno dopo la notizia finì su qualche giornale. Era una roba da studiosi. E lo stesso accadde quando nel 2017 un team di ricercatori di Google pubblicò una ricerca che dimostrava che c’era un modo molto più efficace ed efficiente di addestrare le reti neurali: si chiamava Transformer. Era un’altra svolta ma neanche a Google la presero troppo sul serio visto che quel metodo rimase in un cassetto per un po’ e a utilizzarla sarebbe stata qualche anno dopo una startup di cui quasi nessuno aveva sentito parlare, Open AI, per lanciare un prodotto (Chat GPT) che nel nome avrebbe avuto la «T» proprio in omaggio a questa intuizione, i Transformer. E niente, evidentemente mentre cambiava tutto eravamo distratti a scrollare i social network.
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