Libro Bianco ManpowerGroup
Il lavoro oggi è una promessa che rischia di restare incompleta. Perché dire ai giovani che esiste uno spazio non significa metterli nelle condizioni di occuparlo. È qui che emerge il vero nodo del rapporto tra scuola e lavoro: non la mancanza di conoscenze, ma la difficoltà di trasformarle in competenze vive, agite, riconoscibili.
La scuola che abilita rovescia questo paradigma. Crea spazi dove i giovani sperimentano, sbagliano, costruiscono autonomia. E per farlo serve un elemento che le aule tradizionali raramente hanno: il volontariato di competenza. In Junior Achievement Italia da oltre vent’anni portiamo nelle scuole professionisti e dipendenti d’impresa che affiancano studenti e studentesse in percorsi di educazione imprenditoriale. Non vengono per insegnare, vengono per abilitare. Condividono competenze tecniche, relazionali, strategiche. Fanno emergere domande e trasformano l’intraprendenza in asset spendibile. Questo modello dà forma concreta al give back: chi lavora restituisce competenza a chi si prepara a entrare nel mondo del lavoro. È uno scambio tra generazioni che produce impatto misurabile. Tra gli studenti affiancati da volontari, il 12 per cento sviluppa intenzioni imprenditoriali. L’analisi SROI condotta con Human Foundation evidenzia un impatto sociale significativo su tutti gli attori: ogni euro investito nel programma genera 4,30 euro di valore sociale per gli studenti, 2,46 euro per i volontari d’impresa e 2,71 euro per i docenti. Il ponte tra scuola e lavoro si costruisce così: con persone che attraversano quel ponte e tornano indietro per mostrare la strada.
Dire ai giovani che c’è posto per loro non basta. Bisogna creare le condizioni perché possano davvero occuparlo.
L’importanza di abilitare
La ricerca che JA Italia ha condotto con SWG fotografa un dato preoccupante: il 52,8 per cento dei giovani italiani tra 18 e 29 anni non ha mai seguito iniziative di educazione imprenditoriale. Quando si chiede loro di autovalutare le proprie competenze trasversali, i risultati sono chiari: voto medio 5,8 su 10 per «prendere decisioni»; 5,9 su 10 per «lavorare per progetti»; 6,1 su 10 per «presentare un’idea in pubblico». È una questione di allenamento, non di intelligenza. Le competenze trasversali (problem solving, public speaking, gestione del fallimento, lavoro di squadra) non si apprendono ascoltando una lezione. Si allenano esercitandole. Eppure, la scuola italiana continua a privilegiare la trasmissione verticale di sapere rispetto alla costruzione di competenze. Il risultato è un mismatch che il mercato del lavoro conosce bene.
Le imprese cercano giovani capaci di prendere iniziativa, di adattarsi al cambiamento, di collaborare in team eterogenei. Trovano giovani preparati sulla carta, ma impreparati nella pratica. E i giovani, dal canto loro, si sentono inadeguati. Non perché manchino di conoscenze, ma perché mancano di esperienza nel metterle in pratica. Questo non è un problema della scuola in sé. È un problema del modello educativo che abbiamo ereditato: un modello pensato per formare lavoratori standardizzati in un’economia industriale stabile. Un modello che oggi non funziona più, perché il mondo del lavoro chiede flessibilità, autonomia, capacità di navigare l’incertezza.
Se preparare i giovani al futuro significa andare oltre la trasmissione di conoscenze e sviluppare competenze capaci di trasformarsi in autonomia, iniziativa e partecipazione, rafforzare il dialogo tra scuola e mondo del lavoro diventa una delle sfide più importanti per la crescita del Paese. Per approfondire dati, scenari e proposte raccolti nel volume, compila il form e scarica il Libro Bianco A un passo dal domani.
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