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Pianificare il futuro del lavoro: le indicazioni di ManpowerGroup, EY e Sanoma Italia

Scritto da Gianluca Cedolin | 29/11/23 16.49

Intelligenza Artificiale, crisi climatica, trasformazioni demografiche: i nuovi sviluppi tecnologici e i cambiamenti in corso nel mondo stanno modificando in modo rilevante il mercato del lavoro, la domanda di profili ricercati e le prospettive di impiego. Per orientarsi in questo scenario in evoluzione, ManpowerGroup, EY e Sanoma Italia hanno pubblicato lo studio Il futuro delle competenze nell’era dell’Intelligenza artificiale, dando alle istituzioni, a chi si occupa di formazione e alle aziende gli strumenti necessari a ragionare con prospettiva sul futuro del lavoro. Elaborato con l’Intelligenza Artificiale e con algoritmi di machine learning, lo studio costruisce un modello predittivo della domanda di professioni e competenze in Italia da qui al 2030. Si tratta della seconda edizione della ricerca, che si focalizza in particolare sull’intelligenza artificiale e individua dei trend utili per capire a cosa stiamo andando incontro.

Il mercato del lavoro in Italia: lo scenario attuale

Analizzando lo scenario attuale, si vede come l’economia italiana abbia mostrato una buona resilienza nel periodo successivo alla pandemia, superando nella percentuale di crescita la Francia e la Germania. Il tasso di occupazione è cresciuto a livelli mai raggiunti, mentre quello di disoccupazione è sceso. Non è tutto oro, però, intanto perché le retribuzioni nel nostro paese continuano a non aumentare in maniera adeguata, e poi perché, secondo lo studio, c’è «il rischio di nuove strozzature e colli di bottiglia». Una delle cause è il diffuso labour shortage, il fenomeno per cui un’azienda non è in grado di coprire posizioni in ambiti specifici, con personale dalle competenze particolari. Oggi la quota di assunzioni che le imprese giudicano difficili da realizzare ha raggiunto il 48%. «Se lo shortage è comune alla maggioranza dei paesi occidentali» si legge nello studio, «alcune caratteristiche tipiche del contesto italiano – come l’età media avanzata della popolazione, la curva delle nascite in costante calo, il basso tasso di laureati e il numero calante di immatricolati nelle Università, l’alto tasso di inattività tra donne e giovani – rischiano di aggravarne le conseguenze nel breve periodo». Questi limiti però, se ben affrontati, possono diventare un’opportunità, perché «l’Italia dispone di un bacino di forza lavoro inutilizzata molto ampio, in particolare tra donne e giovani, che può contribuire a colmare il gap di offerta».

In generale, la domanda di lavoro rimarrà in crescita in Italia da qui al 2030, anche se questa curva rallenterà, soprattutto dopo il 2027. Nei prossimi anni aumenterà sempre di più la richiesta di professioni tecniche e ad alta qualifica, mentre calerà quella di lavoratori a qualifica più bassa e per le professioni qualificate e imprenditoriali collegate ai settori a bassa crescita (come il settore primario e le industrie tradizionali). Parte di questa tendenza è dovuta, chiaramente, allo sviluppo della tecnologia.

L’impatto della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale

L’innovazione tecnologia, la robotica e l’Intelligenza Artificiale avranno un’influenza importante sul lavoro, che sarà però diversa a seconda del settore: secondo lo studio, in Italia la domanda di lavoro aumenterà a causa dell’IA in 9 settori su 23, non solo quelli tecnologicamente più avanzati (come le telecomunicazioni o la chimica), ma anche in quelli legati alla trasformazione dei servizi e delle competenze (la cura delle persone, l’educazione e la formazione). Diminuirà invece, per l’avanzare dell’Intelligenza Artificiale, la domanda di profili a qualifica media (i tecnici, i lavoratori della logistica, chi svolge mansioni d’ufficio, ma anche i bancari e gli assicuratori). «Alla diffusione di nuove tecnologie nei processi produttivi e nei servizi, come l’Internet of Things, l’Intelligenza Artificiale (IA) e la robotica, non sembra per ora corrispondere un rischio di sostituzione netto del lavoro umano – sempre secondo lo studio in questione – quanto piuttosto la graduale scomparsa di un certo numero di figure professionali, tipicamente blue collar o di natura impiegatizia, e l’aumento della domanda di profili a più elevata specializzazione, necessari per operare e mantenere le infrastrutture, fisiche e digitali, legate all’implementazione delle nuove soluzioni tecnologiche».

L’importanza dello studio realizzato da ManpowerGroup, EY e Sanoma sta proprio nel fatto che, sulla base di questi dati e tendenze, aziende e decisori pubblici dovranno capire su quali settori della formazione investire e quali categorie di lavoratori andranno invece ri-formate e ri-qualificate. «Il mondo del lavoro continua a cambiare in modo ancora più veloce rispetto agli scorsi anni» ha detto Anna Gionfriddo, Amministratrice Delegata di ManpowerGroup Italia. «Così come è necessario intensificare le azioni di upskilling e reskilling a breve termine, anche attraverso gli strumenti e i fondi a disposizione, per fornire le competenze per le migliaia di posizioni vacanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr, allo stesso modo è fondamentale che il nostro Paese non si faccia trovare impreparato per i cambiamenti che ancora ci aspettano a medio e lungo termine».

Lo skills mismatch e la mancanza di competenze

Anche perché i cambiamenti in corso, soprattutto, si stanno traducendo in una differenza sempre più marcata tra le qualifiche dei lavoratori e le mansioni svolte, oltre che in un’ormai strutturale mancanza di talento. Per evitare che questi squilibri aumentino, il mondo del lavoro dovrà intervenire nei prossimi anni su tre quarti delle professioni: se si tratta di occupazioni con la domanda in calo, bisognerà riassorbire in altri ruoli la forza lavoro in eccesso, mentre nel caso di lavori a forte crescita servirà formare persone con le competenze giuste, prima di andare incontro al talent shortage. In questo, sarà fondamentale il ruolo dei percorsi di istruzione e di formazione, da implementare anche grazie all’Intelligenza Artificiale, che renderà programmi e corsi di formazione più accessibili per lavoratori e aziende.

Il modello prevede che «le professioni tecniche vedranno aumentare ulteriormente la propria ampiezza di banda, ovvero tenderanno ad ampliare lo spettro di competenze necessarie a svolgere le attività, e quindi la complessità del proprio skillset. Viceversa, le professioni a elevata specializzazione vedranno una riduzione di tale ampiezza, diventando sempre più specialistiche».

Lo sviluppo sostenibile e le professioni più in crescita

In uno scenario di crisi climatica e ambientale, anche nel mondo del lavoro la sostenibilità e gli obiettivi ESG ricoprono sempre maggior importanza. A oggi il 94% delle organizzazioni globali ammette di non avere tutti i professionisti necessari allo scopo – ma il 70% si sta muovendo per assumerli. Cresceranno quindi i green jobs, le posizioni che richiedono competenze specifiche nella sostenibilità, sia dal lato tecnico (nel mondo dell’ingegneria energetica, della mobilità elettrica) sia manageriale. In Italia ci sono già aperte migliaia di posizioni per questi profili.

A livello generale, come detto, «la domanda di lavoro si sposterà sempre di più verso profili a qualifica alta e molto alta, in molti casi con skillset ibridi tecnologici e di settore, ad esempio nella ricerca e sviluppo, nel marketing, nell’ambito della sostenibilità energetica» secondo Donato Ferri, di EY. «Prevediamo che nel prossimo decennio i profili la cui domanda registrerà una maggior crescita sono sì legati alla pervasività della tecnologia, ma anche alla progettazione di nuovi modelli di lavoro e di collaborazione tra le persone».

La crescita della domanda legata all’IA riguarderà profili eterogenei, dagli ingegneri e i fisici (+7%) agli analisti di mercato e psicologi del lavoro. In crescita anche professionisti creativi come architetti, registi e compositori, così come i progettisti, gli addetti marketing e i paesaggisti. Chi invece, per effetto dell’Intelligenza Artificiale, subirà un calo maggiore nella domanda (oltre il -6%) sono gli intervistatori, i rilevatori professionali, i venditori a distanza e i centralinisti.