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title: Smart worker sì, ma sorvegliato
description: La pandemia ha spostato da remoto molte attività, e riacceso il tema del controllo digitale dei dipendenti
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- novembre 20 2020

# Smart worker sì, ma sorvegliato

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#### [Redazione di LinC](https://www.manpowergroup.it/lincmagazine/author/linc)

Non è un caso che proprio nel corso del 2020 siano tornati alla ribalta, oltre alle tante piattaforme per videochiamare, una miriade di **software utili a monitorare a distanza** le attività altrui. Quello dell’attivare *l’occhio digitale* del padrone, o più esplicitamente dello spiare i dipendenti, è un trend con cui molti devono fare i conti, in una situazione di equilibrio precario tra [fiducia, etica e legalità](https://www.lincmagazine.it/2020/07/17/smart-working-ci-vogliono-nuove-norme-per-la-fase-2/).

Nell’utopia dello smartworking, infatti, il singolo lavoratore si organizza in autonomia, imposta la propria attività quotidiana per obiettivi e diventa di fatto un piccolo imprenditore. Decadono le logiche dell’orario rigido di lavoro, della quantificazione della prestazione attraverso il numero di ore alla scrivania e della supervisione minuto per minuto dei superiori sui sottoposti.

Nella realtà lavorativa in tempo di pandemia, che [somiglia più al telelavoro che allo smartworking](https://www.lincmagazine.it/2020/10/12/ufficio-rientro-per-ora-vince-il-modello-misto/), tanto in Europa quanto negli Stati Uniti si assiste a **una sorveglianza sempre più sofisticata e high tech** tramite software *ad hoc* di tracciatura, registrazione e raccolta dati. Tra marzo e aprile questi prodotti hanno avuto un’impennata di adozione pari all’87%, seguita da un ulteriore +71% nel mese di maggio. Ed era solo l’inizio, perché a oggi pare che l’uso di questi sistemi – in forma più o meno invasiva – riguardi la maggioranza assoluta delle aziende, secondo alcuni studi addirittura l’80% dei casi.

#### **Cosa può fare la tecnologia, e come ingannarla**

Può essere quasi superfluo ribadire che oggi con un software ben congegnato si può controllare praticamente tutto. E che il tempo trascorso davanti al computer è decisamente il meno. Cronologia click per click dell’attività online, numero di file aperti, inviati o condivisi, mole di lavoro svolto, **intercettazione di audio e video** attraverso prelievi ‘a campione’ dalla webcam o dal microfono integrato, screenshot scattati a intervalli regolari, attività del mouse e della tastiera, numero di applicazioni aperte, **conteggio dell’ammontare delle pause**, e così via. Senza scordare la posta elettronica, per esempio con il computo delle email inviate e l’elenco dei destinatari.

Come è facile immaginare, esistono anche le contromisure. Per esempio, si va dal banale utilizzo di due dispositivi diversi per il lavoro e per le questioni personali fino ai trucchetti per **ingannare i software di controllo**. Un esempio quasi ridicolo, ma a quanto pare efficace, è di collegare il proprio mouse a un ventilatore a piedistallo che ruota alternativamente in un senso e nell’altro: in questo modo il puntatore continuerà a muoversi sullo schermo anche senza la presenza umana, e il software non registrerà alcuna interruzione del lavoro. Ancora più utile, se si teme di essere illegalmente sorvegliati con software spia, è procedere con mezzi fisici come l’oscuramento della webcam.

#### **Il lato buono del monitoraggio, e quello distorto **

Naturalmente esistono strumenti per svolgere verifiche della produttività dei propri collaboratori in modo sano e costruttivo. Sistemi di condivisione file, applicazioni per la messaggistica del gruppo di lavoro e la gestione delle to-do-list, videochiamate periodiche di team e rendicontazione delle attività possono essere uno stimolo per il lavoratore e una rassicurazione per il datore di lavoro. Senza violare diritti e senza pensare a soluzioni invasive, ma puntando sull’affiatamento della squadra e – semmai – sulla sana [competizione tra colleghi](https://www.lincmagazine.it/2020/09/17/scrum-rugby-incontra-smartworking/).

Quando si tratta di sistemi più sofisticati, invece, la legittimità del loro utilizzo dipende dalla finalità. In generale **lo statuto dei lavoratori vieta l’uso di sistemi audiovisivi e di altro genere per controllare l’attività a distanza**. L’unica eccezione, introdotta con il Jobs Act, si ha quando il datore di lavoro esegue controlli per la sicurezza del lavoro, per **tutelare il patrimonio aziendale** oppure per specifiche esigenze organizzative o produttive. Ma anche in questi casi deve esserci l’accordo con i sindacati aziendali e va prevista un’informativa ai dipendenti, altrimenti il datore di lavoro rischia sanzioni penali. Un tema ribadito anche dalla Corte europea dei diritti umani nel 2017, oltre che da una serie di provvedimenti giudiziari che hanno coinvolto pure aziende italiane.

E se l’installazione di nascosto di questi software è eticamente deprecabile – salvo nei casi molto particolari previsti nella normativa – l’uso di strumenti d’avanguardia in modo trasparente può andare invece a beneficio di tutti. Insieme a identificare gli scansafatiche e gli assenteisti dalla scrivania di casa, gli stessi strumenti permettono per esempio **valutazioni oggettive dei collaboratori**, rimuovendo potenzialmente l’effetto di simpatie e antipatie.

Va detto, però, che ci sono elementi che a oggi nessun software riesce a valutare. Per esempio, se si tratta di lavori creativi o che richiedono una parte importante di pensiero, ragionamento o riflessione, **quantificare la produttività di una persona sulla base delle azioni compiute al computer è quanto di più sbagliato si possa fare**. Ecco perché, in una buona fetta dei casi, lo sguardo *sorvegliante* del padrone rischia di essere un modo culturalmente vecchio di valutare attività lavorative ormai profondamente cambiate. E ben lontane dall’essere catene di montaggio digitali.

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